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Dieci anni fa, l’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente (IsIAO) fu inserito, unico ente pubblico in un capitolo di spesa comprendente un consistente numero di piccoli enti aventi tutti lo status di soggetti privati, ma meglio sarebbe dire di «amici degli amici». L’assegnazione annuale del contributo di funzionamento destinato all’Istituto avviene con atto amministrativo del Ministero degli Affari Esteri (MAE), invariabilmente comunicato a bilancio preventivo già approvato. Da dieci anni, dunque, le risorse dell’IsIAO sono andate progressivamente riducendosi per effetto dei tagli subiti dal capitolo di spesa in occasione delle diverse e restrittive manovre finanziarie, ma anche a causa del riparto concorrenziale con gli altri enti di natura privatistica, senza che nulla sia valso a far presente nelle più diverse sedi l’obbligo di fornire l’ente delle risorse necessarie al suo funzionamento, derivante dalla sua natura giuridica. L’originaria dotazione di 3.099.000,00 euro ha subìto una progressiva riduzione fino agli attuali 800.000,00 euro – per altro mai erogati –, per gli esercizi 2010-2012, insufficienti a coprire persino i costi del solo personale.

Come si può constatare dalla tabella sottostante, l’andamento della contribuzione pubblica ha seguito una linea di tendenza negativa, meglio sarebbe dire maliziosa:

ANNO

INCASSO

AVANZO/DISAVANZO

2001

3.099.000,00

+ 2.881,85

2002

2.647.850,00

– 649.099,01

2003

2.412.000,00

– 681.921,42

2004

2.300.000,00

– 695.407,32

2005

2.170.000,00

– 1.217.554,20

2006

2.480.000,00

– 1.007.857,90

2007

2.396.750,00

– 899.796,50

2008

2.401.427,00

– 1.276.122,43

2009

1.700.000,00

– 2.026.156,86

2010

1.300.000,00

– 3.050.845,06

2011

800.000,00

Taluni sostengono sulla stampa, nei corridoi sempre più lunghi, in lettere più o meno clandestine, che il dissesto dell’ente è stato provocato da una cattiva gestione da parte dei suoi organi, a loro dire incapaci di allineare le spese ai tagli. Ma che l’Istituto sia stato vittima di una strategia disegnata a tavolino, lo rivela il decorso stesso dei fatti, ossia il reiterato tentativo da parte del MAE di cancellarlo per sempre nella sua attuale forma, per farlo risorgere come docile strumento per i giochetti di qualcuno: oltre un secolo di scienza e cultura barattati con mal dissimulati interessi privati.

L’opinione pubblica e il Parlamento (all’unanimità) avevano più volte impedito negli scorsi anni la chiusura dell’Istituto. In tal senso si era adoprato lo stesso Capo dello Stato, su sollecitazione di una petizione internazionale. Gli irriducibili avversari dell’Istituto hanno finalmente pianificato una stategia diversa: non riuscendo nel loro intento attraverso la via politica, hanno adottato quella amministrativa a lento soffocamento. Come dire: prima ti impicco, e poi ti accuso di aver messo tu la testa nel cappio.

Il Fantasma di Ghino

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